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Scoprite "L'Ultimo Swing"

April 10, 2016

 

Capitolo Primo

 

 

Rieti, 5 novembre 1997

 

Il monte Terminillo, ricoperto da una compatta coltre di neve, si specchiava sul laghetto del piccolo campo da golf «Tavola d’Argento». Era un nove buche  ancora in fase di completamento, con un percorso ricco di saliscendi e di difficoltà naturali che si estendeva per più di tre chilometri quadrati in quella che, fino a pochi anni prima, era stata una fiorente azienda agricola.

Emiliano Vannelli, capo della redazione locale del quotidiano «Il Messaggero» e presidente del circolo, aveva improntato l’ambiente all’insegna di una filosofia «rustica», semplice e bucolica, dedicata esclusivamente a quegli amanti del buon gioco che - come lui - trovavano assolutamente insopportabile l’atmosfera snob e pretenziosa che, generalmente, caratterizza i golf club italiani.

Non sfuggiva a questa regola la club house, ricavata da un vecchio capannone per gli attrezzi e costituita esclusivamente da due piccoli spogliatoi e da un angolo-bar. Ma era una novità inaugurata quindici giorni prima, poiché per tutti e due gli anni precedenti della vita del circolo i signori soci si erano dovuti accontentare di una piccolissima baracca di legno di circa tre metri quadrati che fungeva contemporaneamente da segreteria, bar, club house e deposito sacche e, per soddisfare i propri bisogni fisiologici, erano costretti a cercare un minimo di intimità nei boschi di castagni e querce che circondavano il campo o, nella migliore delle ipotesi, prendere l’automobile e recarsi due chilometri più a monte, al ristorante convenzionato con il club.

Ma a Vannelli, come del resto agli altri soci, queste scomodità non interessavano affatto. Anzi, erano quasi un ritorno alle origini del golf, inventato svariati secoli addietro dai pastori scozzesi che cercavano di infilare, a colpi di bastone, dei sassi nelle tane dei conigli. Niente a che vedere, quindi, con quelle mandrie di parvenu  vestiti come manichini della prima comunione che perpetravano vere e proprie stragi di «erre» nei salotti mondani.

L’unica cosa che Emiliano Vannelli detestava molto poco cordialmente era la pioggia e non solo perché era meteoropatico, ma anche e soprattutto perché rendeva il campo pesante e gli impediva di giocare al meglio.

Eppure, la pioggerella invernale, fitta e gelida come lama di coltello che cadeva su di lui quel giorno non gli dava fastidio. Non gli davano fastidio nemmeno gli abiti inzuppati dell’acqua melmosa del laghetto sul quale stava galleggiando, a faccia in su, da diverse ore.

Né provava più dolore per quella profonda ferita, infertagli alla base del cranio con un corpo contundente, dalla quale il sangue era uscito copioso, raggrumandosi tra i suoi candidi capelli e striando la placida superficie lacustre con una lunga scia rossa.

Attorno a lui, lungo le sponde, poliziotti, carabinieri e curiosi si muovevano in tutte le direzioni, come formiche impazzite. Solo una figura lo fissava immobile dal green della buca 9, costruito a sperone sul lago. Era una ragazza alta e magra, con lunghi capelli neri e la pelle diafana. I magnifici occhi neri, da cerbiatto, colavano lacrime e rimmel mentre le mani sottili e delicate stringevano convulsamente un block-notes.

Nulla, da lontano, lasciava supporre che stesse piangendo. Non un muscolo del suo corpo si muoveva. Solo le striature nere sulle sue guance e le grandi gocce salate che le colavano lungo il mento e cadevano sul bavero del suo impermeabile tradivano il suo stato d’animo.

La giovane si chiamava Candida Grillo e, alla tenera età di ventotto anni, era una delle «firme» di punta del Messaggero di Rieti. Il cadavere che galleggiava sull’acqua di fronte a lei era quello del suo più grande amico e maestro di professione e di vita. 

Quando, un anno prima, Candida era tornata nella città che le aveva dato i natali, lo aveva fatto - come spesso succede - con il cuore a pezzi. Emiliano l’aveva accolta, consolata e aiutata a rilanciare la propria carriera. Il loro era stato un legame molto forte che, per reciproca scelta, non aveva mai travalicato i contorni dell’amicizia. Per Emiliano, Candida, unica rampolla di uno dei suoi migliori amici, era più di una figlia e lei stessa trovava in lui quel porto sicuro dove riposarsi dalle tempeste che l’avevano sconvolta e al quale confidare le proprie pene.

«Perché con te riesco sempre ad aprirmi del tutto, più che con mio padre?» Gli aveva chiesto un giorno.

«Proprio perché io non sono tuo padre». Aveva risposto seraficamente Emiliano, aspirando una boccata dal sigaro toscano che portava eternamente tra le labbra.

Ora, in una fredda e piovosa mattina d’inverno, quel «porto sicuro» stava andando dolcemente alla deriva nel laghetto del campo da golf che aveva tanto amato e Candida sentiva che anche una parte di se stessa era morta insieme a lui. 

 

«Chi poteva avere interesse ad ammazzarlo?» Le aveva domandato il commissario Arnaldo Sassi, accendendosi la quindicesima sigaretta della mattinata.

«Non ne ho idea, non credo possibile che Emiliano potesse avere dei nemici. Anche il lavoro, in una piccola provincia come questa, è abbastanza di routine. Lei lo sa meglio di me, commissario».

Sassi annuì in una nuvola di fumo azzurrino.

«Resta il fatto che ieri sera qualche galantuomo ha deciso che Emiliano Vannelli aveva vissuto abbastanza. Lei a che ora l’ha visto l’ultima volta?»

«Alle undici. Abbiamo inviato a Roma le ultime pagine, poi ci siamo salutati. Mi ha detto che avrebbe cenato al Calice d’oro, ma non so altro. Non capisco cosa fosse andato a fare al circolo a quell’ora, forse si doveva incontrare con qualcuno…»

«Ma lei non sa chi».

«Io ed Emiliano eravamo molto amici, ma nessuno dei due era la balia dell’altro, commissario. Lui non mi ha messo a parte dei suoi programmi né io glieli ho chiesti».

Sassi usò il mozzicone della sigaretta per accenderne un’altra. Candida, nonostante condividesse con il poliziotto il vizio del fumo, cominciava a sentirsi soffocare in quella stanzetta ormai immersa in una fitta nebbia malsana. Per non morire esclusivamente di fumo passivo se ne accese una anche lei.

«Lei dov’era tra le undici di ieri sera e le otto di questa mattina? Mi perdoni, ma sono costretto a chiederglielo».

Candida soffiò il fumo in faccia a Sassi.

«A casa mia, con i miei genitori e, da circa mezzanotte in poi, nel mio letto. Vuole controllare il mio alibi?» Disse stizzita.

«Non è necessario. Gliel’ho detto, è una pura formalità».

«Se non c’è altro, commissario, avrei un amico da piangere».

«Può andare, signorina Grillo. Mi creda, era un amico che piangeremo in molti».

Candida si alzò e si avviò verso la porta.

«Ah, signorina…» La richiamò il commissario. La giovane si volse verso di lui.

«Lasci pure la città, se lo desidera». Le disse questi con un sorriso tirato. Più che un invito, era una battuta per cercare di spezzare, almeno in parte, la tensione.

Candida, per la prima volta in quella giornata, sorrise.

«Grazie, commissario, ma il mio posto è qui. Non ho alcuna intenzione di allontanarmi da Rieti, nemmeno per il week end, finché non avrò fatto luce su questa storia».

«Lei ci vuole rubare il mestiere?»

«Più che di furto io parlerei di collaborazione. Lei vuole trovare i colpevoli quanto lo voglio io, lei vuole assicurarli alla giustizia e io voglio raccontare perché un uomo buono e generoso è stato ammazzato come un cane. Nulla ci impedisce di essere amici, non trova?»

Una folata di aria gelida di neve le sferzò il viso quando uscì dalla questura. Candida affondò il capo nella fitta sciarpa di cachemire che portava mollemente avvolta intorno al collo e fendette la folla che si accalcava davanti alle bancarelle del mercatino antiquario che, come ogni mese, aveva invaso piazza Vittorio Emanuele.

Emiliano, ricordò con tristezza, trascorreva ore e ore setacciando quei banchi per cercare qualcosa di particolare e di pregiato che, immancabilmente, si nascondeva in mezzo a cumuli di ciarpame. Spesso la trascinava in quelle ricerche e quando la loro costanza veniva premiata gioiva come un ragazzino, levando alto verso il cielo il suo «tesoro», strappato per pochi spiccioli: un vecchio bastone da golf forgiato a mano da un famoso (per gli esperti) artigiano scozzese o una cornice liberty intagliata da un importante scultore dimenticato da tutti tranne che da lui. A volte capitavano anche dei colpi di fortuna ragguardevoli, come una stampa colorata a mano dal Canaletto o un cronografo Eberarth del 1949. Quello che aveva regalato a Candida per il suo compleanno e che lei portava orgogliosamente al polso.

Con una fitta al cuore, la giovane guardò l’orologio donatole dall’amico. Il quadrante la informò che erano da poco passate le tredici. L’ultima volta che lo aveva visto vivo, Emiliano stava per andare a cena al Calice d’Oro. Bene, avrebbe cominciato da lì la sua indagine. Oltretutto, pensò, data l’ora e il clima particolarmente rigido, una tazza di consommé e un pezzo di bollito, per il quale il ristorante era famoso, non le avrebbero certamente fatto male.

 

(PROSEGUE IN LIBERIA)

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