Scoprite La Contessa Rossa


PROLOGO

Verso il Marchkinkele – Aprile 1945

L’uomo avanzava a passi lenti nella neve che, nonostante la primavera inoltrata, ricopriva ancora lo stretto sentiero alpino. Si muoveva con sicurezza: erano luoghi che conosceva molto bene, fin da bambino, poiché la sua città natale, Innervillgraten, era sull’altro versante proprio di quella montagna e i suoi genitori gli avevano trasmesso la passione per l’alpinismo. Su quelle montagne era praticamente cresciuto e ne conosceva ogni roccia, ogni anfratto, ogni albero.

Controllò l’orologio: quasi le 23.00. Il confine non era molto lontano e nonostante fosse nuvolo, la notte era abbastanza chiara e rendeva il cammino piuttosto facile anche senza una lampada.

Indossava un pesante pastrano sopra abiti civili frusti e un paio di scarponi. Si era procurato i vestiti in una baita poco fuori San Candido, prima di iniziare a salire verso il Cornetto di Confine che separava l’Italia dall’Austria. Il proprietario non si era potuto rifiutare di darglieli, perché era morto, insieme a tutta la sua famiglia. Una cosa rapida e indolore: un colpo alla nuca aveva posto fine al suo cammino terreno, a quello della moglie e dei due bambini. Un maschietto di circa 8 anni e una femminuccia di 10.

Aver dovuto sopprimere anche i bambini gli era dispiaciuto, erano molto graziosi e, se avesse avuto più tempo, gli sarebbe piaciuto divertirsi un po’ con loro, prima. Ma l’Obersturmbannführer Manfred Dietrich aveva dannatamente fretta. C’era un’ultima, importantissima missione da compiere e doveva al più presto raggiungere Berlino. Archiviò mentalmente l’immagine dei due bambini completamente nudi nella pozza del loro sangue, accanto ai corpi dei genitori, e continuò ad avanzare nel gelo. Ci sarebbero stati altri kleine puppen[1] per giocare, a tempo debito.

Dopo aver indossato gli abiti del contadino, si era liberato, con immenso rammarico, della divisa e l’aveva guardata bruciare lentamente nel camino della baita, finché, anneriti dal fuoco, non erano rimasti solo i bottoni e il tothenkopf[2] che ornava il sottogola del cappello. Un simbolo che il mondo aveva imparato a temere e che lui aveva portato con orgoglio insieme alle rune cucite sul colletto.

Si era arruolato volontario nelle SS nel 1938, a vent’anni, subito dopo l’Anschluss[3], e si era coperto d’onore raggiungendo in breve tempo il grado di Comandante Superiore di Unità d’Assalto. Dopo aver prestato servizio in Polonia, al campo di Auschwitz, era stato inviato sul fronte italiano. Prima a Roma, poi in Romagna dove, il 20 ottobre dell’anno precedente, aveva appena fatto in tempo a lasciare Cesenatico con una colonna blindata prima dell’ingresso delle truppe neozelandesi.

La risalita verso il Brennero era stata lenta e funestata da continui assalti da parte di formazioni partigiane, che avevano decimato la sua truppa. Sembrava quasi che lo inseguissero, di provincia in provincia, di regione in regione. Per percorrere poche centinaia di chilometri ci aveva messo sei mesi e alla fine la sua colonna era stata praticamente annientata! Nemmeno nell’Alpenvorland[4] quei maledetti banditen gli avevano dato tregua né era riuscito a trovare un valido aiuto dal Battaglione Bozen. Un bell’SS Polizei-Regiment, pensò con un filo di ironia. Pronti quasi tutti a buttare la divisa alle ortiche. Si erano rifiutati persino di partecipare alla rappresaglia dopo l’attentato di via Rasella a Roma, in cui erano morti 33 dei LORO commilitoni.[5] Manica di vigliacchi!

Se non fossero stati degli smidollati, a quell’ora non si sarebbe trovato, nel cuore della notte, al gelo e a piedi su un sentiero di montagna. Ma, pensava l’Obersturmbannführer Dietrich, meglio solo che in compagnia di gente inaffidabile. Troppo italienscher per il genere di missione, estremamente delicata, che doveva portare a termine. Qualche ora ancora e sarebbe stato al sicuro a Innevillgraten, a casa sua, con in mano una tazza di caffè bollente e in attesa di raggiungere Lienz e salire su un aereo per Berlino. Avrebbe portato a Himmler qualcosa che forse avrebbe potuto ancora rovesciare le sorti della guerra, che sembrava ormai perduta. Gli angloamericani avevano occupato tutta l’Italia e agli italiani non era sembrato vero di correre in aiuto dei vincitori. Anche a Bolzano, Merano, Bressanone… Tutti in strada a festeggiare la “liberazione”. E, nel caso dell’Alpenvorland, con la stessa gioia e l’identica commozione con la quale avevano salutato le truppe del Reich dopo l’8 settembre del 1943. Popoli di lingua e cultura tedesca che volevano continuare ad essere tedeschi, che si opponevano da sempre all’italianizzazione forzata voluta dal regime fascista. Ed eccoli lì, festanti tra le braccia degli americani e degli ebrei. Scheisse![6]

Ripensò ancora alla fuga precipitosa, ai suoi camerati arrestati dagli stessi che fino al giorno prima erano loro alleati, alla sua amatissima divisa che bruciava nel camino. Quello era stato un male necessario, per confondersi tra gli sbandati e cercare di raggiungere l’Austria. A casa ne avrebbe trovata un’altra, nuova e pulita, da indossare al posto dei panni lisi e fetidi che aveva addosso in quel momento.

L’ombra nera che emergeva dalla neve sulla sua sinistra gli fece affiorare un sorriso. Conosceva molto bene la piccola baita: un rifugio per pastori e per escursionisti estivi dove si era accampato più volte prima della guerra e dove, quella notte, avrebbe potuto passare qualche ora davanti ad un fuoco e consumare un pasto frugale prima di rimettersi in marcia.

Lasciò il sentiero e raggiunse la porta dove, in pochi istanti, ebbe ragione del vetusto chiavistello. Appena in tempo. Fuori si era levato il vento e prometteva una tempesta di neve. Dopo aver chiuso l’uscio, trasse di tasca l’accendisigari e accese una lampada a petrolio. Accanto al camino c’era legna. Gut. E in fondo alla stanza, due brande con i materassi arrotolati. Li guardò sorridendo al ricordo di Annah, sua compagna di liceo, e di come erano rimasti abbracciati, tutta una notte, proprio su quei due materassi. Meravigliosi ricordi del 1936. Peccato averla dovuta denunciare, un paio di anni dopo, insieme a tutta la sua famiglia, come ebrea. L’aveva ritrovata ad Auschwitz qualche tempo dopo. Certo, ormai totalmente priva di quel fascino che lo aveva colpito da adolescente. Un vero peccato. Si era premurato lui stesso, un bel mattino, di accompagnarla alle… “docce”. Dopo tutto quello che c’era stato tra di loro, gli era sembrato il minimo che un gentiluomo ariano potesse fare. Poi si era dedicato con allegria alle sue due sorelline e al fratellino. Li aveva tenuti con se per un paio di mesi, prima di ricongiungerli al resto della famiglia. Li ricordava ancora morbidi, fiduciosi, arrendevoli…. Scacciò via i ricordi dei “bei tempi” del campo e si diede da fare con legna e accendino.

Dopo pochi istanti, il fuoco scoppiettava allegro e Manfred Dietrich, per la prima volta da quando aveva iniziato la salita da San Candido, si concesse il piacere di una sigaretta.

Finito di fumare, si rilassò e tolse il pastrano rivelando una grossa borsa di cuoio a tracolla, dalla quale estrasse del pane, dei kaminwurtz e una bottiglia di vino rosso, sempre gentile omaggio dei contadini che gli avevano fornito gli abiti. Conteneva anche la sua Luger P08 e un involto di tela cerata che svolse delicatamente, estraendo una scatola nella quale erano conservate con alcune fiale, che controllò alla luce della fiamma, e una cartellina di cuoio piena di fogli dattiloscritti. Riavvolse il tutto, con cura, nella tela cerata e lo reinfilò nella borsa. Mise il cibo sul pavimento davanti a sé e rimise via tutto il resto con attenzione, appoggiando la borsa di fianco, con sopra la Luger.

Seduto davanti al camino, addentò avidamente prima la salsiccia e poi il pane, rimpiangendo di non avere con sé anche del rafano. Bevve una lunga sorsata di vino, facendo schioccare la lingua.

Stava per dare un altro morso al kaminwurtz quando la porta della baita che sbatteva alle sue spalle e una folata gelida lo fecero sobbalzare.

«Scheisse!» Pensò tra sé e sé mentre si voltava «Non devo averla chiusa bene».

L’occhio nero della pistola che si trovò puntata contro lo lasciò quasi paralizzato dallo stupore, soprattutto quando vide a chi apparteneva la mano che la impugnava. Cercò di afferrare la Luger ma il suo avversario fu più veloce e gli piazzò un colpo in pieno petto.

Dietrich si rese subito conto che la ferita era seria e non gli sarebbe rimasto molto tempo, si accasciò sul pavimento mentre le forze gli venivano meno e il sangue usciva mescolato a bolle d’aria dal polmone ferito. La figura che aveva sparato uscì dall’ombra della porta e fece un passo in avanti, venendo illuminata dalla fiamma del camino.

Era una donna bruna dai lineamenti fini e dai profondi occhi neri. La pelle, per contrasto, era quasi diafana. Indossava un giaccone di montone rovesciato su un maglione rosso di lana grossa, pantaloni di velluto beige a coste, di taglio maschile, scarponi da montagna.

«Die Rote Herzogin[7]… Maledetta puttana ebrea comunista». Disse Dietrich quasi sorridendo, riconoscendola, mentre la camicia si inzuppava di sangue.

«Obersturmbannführer Dietrich, maledetto porco nazista, stupratore di bambini e assassino. Dimentico qualcosa?» Rispose la donna in un ringhio avanzando ancora e calciando lontano la Luger.

«Come mi hai trovato?»

«Mi è bastato seguire la scia del sangue che ti sei lasciato dietro. Sai, sulla neve spicca niente male».

«Avresti dovuto essere già in qualche campo insieme ai tuoi amici della Karl Marx Brigade [8], Sarah Mantovani. Ma i tuoi compagni sono stati meno fortunati di te. Loro non avevano sposato un conte imparentato con mezza Europa e con agganci persino a Berlino. Ti abbiamo mancata di un soffio l’anno scorso, la tua rete di protezioni ad alto livello ti aveva già fatta scappare».

«E tu saresti dovuto essere impiccato a qualche palo da qualche parte dell’Europa già da un pezzo, invece hai continuato malauguratamente a respirare. E a lasciarti cadaveri alle spalle. Sei stato fortunato anche tu… fino ad ora. Però la tua corsa finisce qui, adesso».

Sarah Mantovani Varzi di Casteldelbosco, conosciuta come la Contessa Rossa, comandante partigiano della Karl Marx Brigade, prese la mira ed esplose ancora un colpo di pistola. La testa dell’Obersturmbannführer si disintegrò letteralmente, schizzando pavimento e muri di sangue e materia cerebrale.

Si avvicinò al cadavere e sputò su quello che restava del volto. «Giustizia è fatta, anche se per te è stata una giustizia fin troppo misericordiosa. Fortunato fino all’ultimo». Mormorò. Quindi raccolse la Luger e la bisaccia.

«Vediamo cosa cercavi di contrabbandare. Deve essere qualcosa di molto prezioso». Estrasse il pacco di tela cerata con le fiale e la documentazione. Impallidì man mano che leggeva l’incartamento. Riavvolse e rimise tutto dentro, quindi si infilò la borsa a tracolla e uscì dalla baita.

Si appoggiò allo stipite della porta e respirò profondamente, per riprendersi dallo choc. Quindi si avviò lungo il sentiero, sotto la pesante nevicata, sparendo nella notte.

CAPITOLO I

San Candido, oggi.

Il maresciallo Antonio Lo Cascio poteva dirsi soddisfatto. All’età di cinquantotto anni, ormai prossimo alla pensione e dopo una vita passata prima a rincorrere mariuoli per i vicoli della natìa Napoli e poi ad inseguire ben altri personaggi poco raccomandabili al Ros, gli era stato affidato il comando della stazione di San Candido, nel tranquillissimo e pacioso Alto Adige, a ridosso del confine austriaco. Un posto dove il brivido più intenso era dato – oltre che dal freddo polare che attanagliava la zona da ottobre a maggio – da qualche frattura occorsa a sciatori inesperti o da qualche alpinista della domenica perduto sui monti quando non sventuratamente caduto in un crepaccio. Per il resto: calma piatta. Al massimo qualche caso di ubriachezza.

Dopotutto c’era ben poco da fare in un paese e in una provincia che alle sette di sera in punto chiudeva i battenti e diventava un deserto gelato.

Un altro, al suo posto, si sarebbe annoiato a morte. Ma il maresciallo Lo Cascio ne aveva viste davvero troppe e la tranquillità era quello che più aveva anelato nella sua vita. Si era adattato abbastanza in fretta sia alle usanze locali che ai modi dei “crucchi”. Aveva sviluppato un discreto interesse per lo sci e per la montagna in generale, e pensava seriamente di continuare a vivere lì anche dopo la pensione, in quel paese tranquillo e pulito, dove non si trovava una carta per terra, le strade sembravano passate a cera e dove i balconi fiorivano di gerani rampicanti nella bella stagione. Niente a che vedere con i cumuli di munnezz e i miasmi dei fumi di scarico che ammorbavano la città che gli aveva dato i natali. E soprattutto, dove gli incontri con il medico legale erano esclusivamente per giocare a briscola e a tresette.

Era assorto in queste considerazioni, sorridendo sotto i grossi baffi scuri, quando bussarono alla porta del suo ufficio.

«Trasite! Komm!»

Il giovane appuntato Gherard Comploj entrò mettendosi subito sull’attenti e salutando militarmente.

«Signor maresciallo, è stato rinvenuto un cadavere».

Il sorriso gli si trasformò in una smorfia.

«Dove?»

«Su in montagna, dalle parti del Cornetto di Confine. Un gruppo di escursionisti si è calato in un crepaccio per recuperare uno zaino che gli era caduto e si sono trovati davanti al morto».

«Sappiamo qualcosa di più di questo morto?»

«No signor maresciallo, la linea era molto disturbata e la persona che ha fatto la segnalazione sembrava abbastanza sconvolta. Continuava solo a ripetere che c’era un cadavere e ci abbiamo messo dieci minuti solo per riuscire a capire da dove telefonava».

Lo Cascio sospirò rassegnato. Si alzò e prese dall’attaccapanni il cinturone e il cappello.

«Prepari il Defender, Comploj, e cerchi di sapere dov’è il dottor Schwartz, lo passiamo a prendere strada facendo. Probabilmente è in piazza a fare colazione. Jamm’ a vedere stu sfaccimm’e cadavere! E chiami anche il soccorso alpino, che se c’è da recuperare la salma se ne devono occupare loro».

Il dottor Helmut Schwartz, cinquantenne medico legale di San Candido, aveva in effetti appena finito di fare un’abbondante colazione ad un tavolino del caffè della piazza principale, in compagnia di una copia del Bozen Allgemeine. A differenza della maggior parte dei suoi corregionali, di gusti spiccatamente tedeschi in materia culinaria, che ad ore anteleucane si massacravano il fegato con uova fritte e salumi, coltivava amorevolmente una passione per una prima colazione di stampo più “mediterraneo”; retaggio probabilmente della madre, originaria di Firenze e quindi “meridionale”. E se durante le sue permanenze nella città medicea, in cui era solito trascorrere le ferie, non tradiva mai le brioches di Rivoire in piazza della Signoria, in Alto Adige amava sorseggiare il cappuccino accompagnandolo con un krapfen alla crema o una generosa fetta di apfelstrudel. Non era, in verità, l’unica concessione che faceva alla gola, come poteva testimoniare il suo girovita piuttosto abbondante. Del resto, la buona cucina e i sigari erano gli unici piaceri ai quali amava indulgere nella sua vita da scapolo impenitente con l’unica passione per la storia del Novecento.

Proprio mentre meditava di accendersi, per l’appunto, un Romeo y Julieta, la Land Rover blu dei carabinieri si fermò accanto al marciapiedi, a pochi metri dal suo tavolino.

«Dottore», disse Lo Cascio mettendo la testa fuori dal finestrino, «c’è bisogno di lei. Venga che la portiamo a fare una gita in montagna».

«Maresciallo, la ringrazio, ma oggi è il mio giorno libero e, più che fare una passeggiata, meditavo di starmene assolutamente fermo a finire di leggere il giornale. Almeno fino all’ora di pranzo. Dopodiché avevo in animo di dedicarmi ad un interessantissimo libro sui sentieri segreti della guerra che ho trovato sabato scorso su una bancarella del mercatino di Brunico. Lei lo sa che queste zone sono ancora piene di vecchie strade militari di cui si è persa memoria?»

«Purtroppo dovrà rimandare il suo proposito e accettare un passaggio: pare abbiano rinvenuto un corpo dalle parti del Cornetto di Confine».

«Proprio oggi?» Sbuffò Schwartz.

«E che ci vuole fare, dottore, la morte non guarda in faccia a nessuno. Compresi i medici in vacanza! Che fa, viene con noi?» Sorrise ironicamente il maresciallo.

«Ho forse scelta?» Borbottò il dottore alzandosi dal tavolino e salendo sul Defender. «A volte penso che avrei dovuto fare l’avvocato, invece del medico. Meno pericoli che dei seccatori ti chiamino all’improvviso per delle urgenze. E si che sono un medico legale, non un medico condotto!»

Capirono di essere arrivati a destinazione quando videro quattro “cittadini” sovrappeso, vestiti con tutti gli ultimi ritrovati dell’abbigliamento “tecnologico”, sbucare fuori dal bosco e sbracciarsi come naufraghi alla vista di un battello. L’appuntato Comploj arrestò la Land Rover in mezzo allo strettissimo sentiero e balzò a terra seguito dal maresciallo Lo Cascio e dal dottor Schwatz. Dietro di loro si fermò anche un’altra Land Rover, quella del soccorso alpino, da cui scesero due volontari che iniziarono immediatamente ad imbragarsi per calarsi nel crepaccio.

«A che punto è il corpo?» Chiese Lo Cascio agli escursionisti.

«A circa dieci metri. C’è una sporgenza con una piccola rientranza. E’ lì che lo abbiamo trovato».

«Uomo, donna….?»

«Non lo sappiamo, è uno scheletro. Deve essere laggiù da parecchio tempo».

Lo Cascio tirò un sospiro di sollievo. Di qualsiasi cosa si trattasse, non era avvenuta di recente. Nel frattempo gli uomini del soccorso alpino avevano già cominciato a calarsi nel crepaccio. Il dottor Schwartz si fece imbragare e si calò dietro di loro.

Il maresciallo si affacciò sul ciglio. Da sopra si vedeva la sporgenza ma non il corpo, che nel rimbalzo della caduta doveva essere stato proiettato in un punto cieco. Poteva essere lì da mesi, forse da anni. Probabilmente, se agli escursionisti non fosse caduto lo zaino proprio in quel punto, non lo avrebbero mai trovato.

«Dottore, sa già dirmi qualcosa?»

«Si, confermo che è uno scheletro!»

«Qualcosa di più?»

«Donna. Numerose fratture, presumibilmente dovute alla caduta. Dallo stato delle ossa e di ciò che resta dei vestiti, è senz’altro qui da più di vent’anni. Apparentemente nessun segno di violenza, ma è abbastanza difficile dirlo in queste condizioni. Magari dopo che avremo portato il corpo all’Istituto di Medicina Legale di Bolzano potrò essere più esaustivo. Ah, è presente una borsa di cuoio contenente… aspetti che guardo….»

Mentre il medico legale armeggiava delicatamente con gli effetti personali della defunta, Lo Cascio si accese la prima sigaretta della giornata, aspirandola avidamente.

«… Contenente due pistole: una Beretta 7,65 e una Luger P08 Parabellum. Maresciallo, questa disgraziata è quaggiù dalla guerra, secondo me! Poi vediamo… Un involto di tela con dentro una cartellina e una scatola….»

«Ma cos’è? Una matrioska?» Domandò Lo Cascio dall’alto.

Schwartz sbuffò e proseguì. «…La scatola contiene dei pezzi di vetro, presumibilmente delle fiale di chissà che cosa. La cartellina… un incartamento ormai quasi illeggibile, scritto in tedesco. Vedo tracce di timbri e intestazioni del comando delle SS…. Ma è tutto rovinato dalle muffe e incollato. Settant’anni di intemperie non sono stati eccessivamente clementi».

«Una nazista, quindi?»

«Non mi sento di escluderlo, se devo basarmi su questi elementi. Deve sapere che a meno di un chilometro da qui, nell’estate del 1945, in una vecchia baita vicino al confine fu trovato il cadavere di un ufficiale delle SS. Era in abiti borghesi, ma è stato successivamente identificato come l’Obersturmbannführer Manfred Dietrich, un criminale di guerra della peggior risma, che sarebbe finito senz’altro impiccato ad un gancio da macellaio a Norimberga se qualcuno non gli avesse piantato due pallottole in corpo su questa montagna».

«Vedo che la sua cultura enciclopedica conosce a menadito anche gli episodi più marginali di quel periodo, dottore. Chapeau».

«I libri non c’entrano, questa volta. Ricordo che me lo raccontavano i miei nonni, anche con un certo piacere perché il figlio di puttana aveva massacrato una famiglia di contadini loro vicini di casa per rubare i vestiti che indossava. Bastava solo che avesse bussato alla casa accanto e io non sarei qui a raccontarlo a lei!»

«Sono felice che non sia andata così, dottore».

«Ne sono felice anch’io, forse più di lei. In ogni caso, posso azzardare un’ipotesi, ma la prenda solo come tale. Prima di dirle qualcosa di definitivo, se mai ci riuscirò, aspetto di essere a Bolzano».

«Mi dica pure».

«I casi sono due: o questi resti appartengono ad una compagna di viaggio di Dietrich, oppure – visto che abbiamo trovato una pistola italiana e una tedesca – potrebbero anche essere, probabilmente, della degnissima persona che gli ha saldato il conto e che poi deve aver avuto un incidente. Non sappiamo nulla di preciso delle circostanze della morte di Dietrich, avendolo ritrovato solo mesi dopo, tranne che aveva un proiettile in un polmone e un altro gli aveva fatto esplodere il cranio. Ma so dai miei nonni che la notte della strage dei loro vicini, ci fu una tempesta di neve in quota. Magari questa donna, dopo averlo trovato e giustiziato, ha perso l’orientamento e ha messo un piede in fallo, finendo qui sotto. O forse il nazista è riuscito a ferirla e lei ha perso le forze cadendo in questo punto. Vai a saperlo».

Lo Cascio aspirò un’ultima boccata, spense accuratamente la sigaretta e si infilò il mozzicone in tasca.

«Ammesso e non concesso che la sua ipotesi possa essere suffragata da dei riscontri, ha una vaga idea di chi potrebbero essere questi resti?»

«Solo un sospetto: credo che potremmo trovarci in presenza di Sarah Mantovani Varzi, la Contessa Rossa. Un comandante partigiano di origine ebraica, sposata con un nobile, che scomparve nel nulla proprio nello stesso periodo. Da queste parti era una leggenda».

«Lo so. La ragazza dell’Alta Società di Merano che, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, si dedica anima e corpo alla Resistenza contro il nazifascismo e dopo l’8 settembre imbraccia lei stessa il fucile e sale in montagna diventando un comandante partigiano e facendo più danni della grandine all’esercito tedesco. Le hanno dedicato libri e canzoni. Una specie di Che Guevara locale. C’è persino un pub a Dobbiaco che si chiama Die Rote Herzogin. Vuol dire La Contessa Rossa in tedesco, giusto? Però le leggende sulla sua scomparsa sono abbastanza contraddittorie. C’è chi dice che sia fuggita in America sotto falso nome, anche se non ne vedrei il motivo. Chi che sia stata ammazzata dai comunisti che non potevano tollerare una nobile ai vertici della Resistenza. Chi, invece, che l’avevano catturata i nazisti in gran segreto e passata per il camino….»

«Forse oggi scopriamo che la verità è più banale anche se non meno eroica. Ma vedo che sta studiando il tedesco e la storia locale, maresciallo, mi complimento! Comunque, se i gentiluomini che mi hanno calato fin qui vogliono cortesemente mandarmi giù il sacco per i cadaveri e tre buste, una per la borsa e una per ciascuna pistola, quindi recuperare gentilmente la presunta Contessa, o chiunque sia, e il sottoscritto, direi che qui ho finito».

(PROSEGUE IN LIBRERIA)

[1] In tedesco: piccoli bambolotti

[2] In tedesco: teschio

[3] L’annessione dell’Austria alla Germania Nazista, il 12 marzo 1938.

[4] Le province di Trento, Belluno e Bolzano dopo l’occupazione tedesca seguita all’8 settembre 1943.

[5] Storico.

[6] In tedesco: merda!

[7] La Contessa Rossa.

[8] Brigata Karl Marx.

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